In un racconto di Fleur Jaeggy, la protagonista, di nome Regula, eredita da una lontana zia un’intera libreria che sistema in un’ampia stanza. Nei giorni seguenti trova i libri sul tavolo, spostati rispetto al luogo dove erano stati collocati. E in alcuni casi persino aperti su una pagina che sembra suggerire risposte a problemi. A quel punto la ragazza afferma che i libri si comportano come persone e quindi si deve usare loro rispetto. Per quanto mi riguarda, posso sostenere che siano stati i libri a scegliere la scaletta di uscita. Per esempio la stesura de IL MIO AMICO ABDUL è iniziata ben prima che decidessi di scrivere romanzi; ma in forma di grezza raccolta di appunti abbandonati poi in un cassetto. Non solo, ma quei fogli contenevano già l'embrione di ANDIAMO A BERE LA PIOGGIA
L’ idea per il nuovo libro ha avuto addirittura origine ascoltando una conferenza sull’ambiente tenuta da Carlo Rubbia. In particolare mi colpì questa frase: “Inutile nasconderlo, la situazione creata dall’aumento della temperatura dovuta all’effetto serra è drammatica. Il pianeta sta schiattando. Ci vorranno una cinquantina d’anni, non di più. L’aumento della popolazione e dei consumi energetici rendono urgente la ricerca di nuove forme di energia pulita e inesauribile, ma oggi non c’è una via d’uscita convincente”.
Rimasi allibito dal fatto che il suo allarme non ebbe alcuna eco sui mezzi di informazione. Con buona dose di ingenuità mi aspettavo di vedere aprire i telegiornali della sera con un’intervista a Rubbia e che i quotidiani ne parlassero in prima pagina con titoli cubitali. Non accadde nulla. Ma quella frase, ricopiata su un blocco di appunti è stata il seme che ha fatto germogliare il libro. L’ULTIMO TERRESTRE ha avuto bisogno di una rigorosa ricerca scientifica e si basa sugli studi sul clima dei principali istituti internazionali. Ho dovuto pescare, specie nella parte iniziale, nelle atmosfere care al genere fantascientifico. Tuttavia, alla luce di quanto sta accadendo sul pianeta, mi chiedo per quanto tempo ciò che ho raccontato possa ancora definirsi romanzo…tanto più che quella conferenza di Rubbia è di dieci anni fa!
Torniamo indietro. La mia scaletta iniziale prevedeva la stesura di un “giallo” e un altro soggetto che aveva come protagonista un medico impegnato in una missione umanitaria, ma la lettura di un saggio mi spinse a iniziare una storia ambientata nell’800. Nell’autunno del 1999, con alle spalle sei mesi di consultazioni in biblioteca e altrettanti di scrittura, mi accorsi che il romanzo non era decollato. Scoraggiato, interruppi il lavoro. Una mattina presi a passeggiare lungo un corso d’acqua; non per buttarmi, ma per meditare sull'anno gettato alle ortiche. Il pellegrinaggio senza meta continuò per la città. Feci anche tappa in un locale di degustazione vini, chiedendo aiuto a una bottiglia di bianco trentino. Ma il bere fa dimenticare solo l'indirizzo di casa, non i tormenti. Tornai in studio grazie a San Cristoforo, patrono di viaggiatori ( e forse di alcolisti) e scaricai sulla tastiera la frase: sono uscito di testa il 6 settembre del 1999. Poi continuai per cinque o sei pagine. Un'amica, venuta a trovarmi per caso, lesse i fogli e chiese il significato. Spiegai e lei esclamò: ma è divertente! perché non la fai davvero la parte del pazzo, tanto ti riesce normalmente. Questa frase era il logico completamento di una giornata tragica. Le pagine rimasero sul tavolo una settimana. Poi ripresi a scrivere e mi fermai solo ad opera finita: un matto che descrive la nostra altrettanto folle società. Qualcuno ha detto che i libri, come gli esseri umani, hanno un loro destino. Imprevedibile, diverso da quello che per loro ci si aspettava o si desiderava. LE LUMACHE NON BEVONO VINO nacque dal sacrificio di un altro libro e dalle bizzarrie di un giorno fatto di malumori, vagabondaggi, bottiglie di vino, visite inattese.
Dopo le lumache ripresi i vecchi progetti, ai quali nel frattempo avevo aggiunto un nuovo soggetto. Ma non c’è stato nulla da fare! Una serie di concause, che sarebbe lungo elencare, mi ha fatto recuperare i vecchi appunti su Abdul, un amico conosciuto durante il mio primo viaggio in Oriente. E’ bastato rileggere alcuni di quei fogli e riguardare un paio di foto per scrivere d’un fiato il romanzo.
Visto che erano i libri a dettare i tempi di scrittura, e non viceversa, non ho nemmeno provato a riesaminare la scaletta originale, aspettando i segnali per proseguire. Difatti nell’archiviare le varie stesure e le correzioni de IL MIO AMICO ABDUL, è balzato alla mia attenzione un breve capitolo eliminato nell’ultima versione prima della stampa. Avevo descritto la vita di un gruppo di bambini mentre crescono nel cortile di una casa popolare alla periferia di una grande città. Non c’entrava proprio nulla con la storia di Abdul e chiedevo a me stesso perché mai avessi infilato nel romanzo quel brano. A volte non bisogna porsi troppe domande, basta solo “ascoltare”. Per mia fortuna non mi distrassi e capii che si trattava dell'inizio del nuovo libro. E nell’esortazione di uno di quei bambini c’era anche il titolo: ANDIAMO A BERE LA PIOGGIA.
So bene che nel cassetto c’è qualcosa che si muove. Quel romanzo ambientato due secoli fa. Pensavo che fosse ormai in sonno perenne. Invece ho come la sensazione che riprenderà vigore. Vedremo. O meglio, vedranno loro cosa fare. I libri.