ANDIAMO A BERE LA PIOGGIA
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Editori di Comunicazione
Distribuito da: Messaggerie Italiane Libri
(il libro è reperibile anche su IBS , BOL e i principali siti di vendita libri on line)
Gabriele e Giuseppe fanno parte della banda degli otto, che “agisce” nel cortile di un palazzo di edilizia popolare in un paese sito alle porte di una grande città. A dispetto delle dimensioni, lo spazio si rivela un mondo pulsante dove fioriscono i comportamenti tipici di ogni consesso umano: l’amicizia, le liti, le alleanze, le tensioni, la solidarietà e i disaccordi. Ma soprattutto lo spirito di appartenenza al gruppo che, come primo effetto, scatena un estenuante e irrisolvibile conflitto con i vicini di cortile di cortile. Attorno agli otto ruota un bizzarro universo ricco di personaggi, storie, ambienti, che induce il lettore a pensare di averne fatto parte, o a provare rammarico per non averlo frequentato. Gabriele e Giuseppe si perdono di vista alle soglie dell’adolescenza. Si rincontrano, adulti, dopo percorsi di vita molto diversi. Nello scenario della grande città distratta e frettolosa, lontana anni luce dalla civiltà del cortile, hanno a disposizione un solo giorno per recuperare frammenti del loro passato, ma soprattutto per chiarire un episodio tragico che li aveva visti protagonisti da ragazzi e che era rimasto in sospeso per troppo tempo.
COME INIZIA IL LIBRO
Il moscone si allontanò. Tornò indietro ronzando. Giuseppe alzò la mano per scacciarlo. Gabriele gli bloccò il braccio con mossa rapida.
“Stai fermo, altrimenti si accorge di noi” disse a bassa voce, portando il dito alle labbra. Giuseppe riprese la posizione di prima, limitandosi a scostare l’erba che gli copriva la visuale. Il caldo del primo pomeriggio rendeva l’ aria densa e appiccicosa. Attorno il rumoreggiare di cicale e canti di uccelli. L’ eco lontana di un trattore.
I ragazzi, le magliette incollate al corpo per il sudore, osservavano un ciliegio a poca distanza dal fossato in secca dove si erano accovacciati. L’ albero, dal tronco enorme e i rami carichi di frutti, segnava il limitare del podere di un anziano contadino, Clelio Mantegazza all’ anagrafe, ma da sempre conosciuto come Crapùn. Costui possedeva entrambe le caratteristiche del soprannome: una grande testa e l’ottusità mentale. Il collo, largo e corto, si innestava su un corpo sgraziato per via del ventre sporgente che tracimava dalla cinta dei pantaloni. Vestiva sempre di scuro e riparava il cranio, appena velato da una sorta di peluria grigia, con un cappello di panno grezzo, lo stesso in ogni periodo dell’ anno.
Il Crapùn era un tizio dai modi bruschi, ruvido e scorbutico con tutti; ma nutriva un particolare malanimo nei confronti dei ragazzi. A suo dire erano più dannosi della tignola e della bacola che distruggevano gli ortaggi. Era vedovo e non aveva figli, e questo accresceva probabilmente l’ insofferenza verso tutti i giovani abitanti della zona; però il nemico giurato era la banda degli otto, alla quale appartenevano Giuseppe e Gabriele.
Dalla primavera al tardo autunno il Crapùn doveva vigilare per arginare le scorribande degli incursori che si impegnavano a saccheggiare, a seconda dei periodi, pere, mele, more, albicocche, ciliege, susine, uva.
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IL MIO AMICO ABDUL
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A distanza di anni, un quaderno di appunti tenuto da parte e letto per la prima volta, porta indietro i ricordi, che riemergono vividi e intensi come un regalo che aspettava di essere scartato: le utopie studentesche, un viaggio in Oriente dall’impatto indelebile, gli amori, gli incontri, il difficile inserimento nella società che non aspetta. Michele legge gli appunti dell’amico scomparso (Renato) e parla con lui. Un dialogo che attraversa e attutisce la difficile distanza del tempo, e fa i conti con quella ancora più forte tra la vita e la morte. Le perplessità, gli slanci, le descrizioni appassionate di esperienze condivise si intrecciano nel dialogo tra presente e passato che si rende necessario quando diviene più chiaro, forse, il significato di ciò che lentamente, in ogni esistenza, si trasforma e cresce. Tra i due amici si inserisce la vicenda di Abdul, uno studente afgano conosciuto durante le peregrinazioni giovanili. Ed è Abdul che diventa il protagonista della parte finale del libro con la sua storia personale, sino a chiudere il cerchio delle vite incrociate proprio nell’ultima pagina del quaderno. Sopra i tre personaggi vive il sentimento dell’amicizia; un’amicizia disinteressata, assoluta, che supera ogni barriera e si fa beffe del tempo. La lettura del quaderno, trasformata in scrittura, si rivela in tutta la sua spinta emotiva e diventa il tramite per dare nuova forza ad un legame che ora può trovare compimento tra le pagine di un libro.
COME INIZIA IL LIBRO
Era una bella giornata di sole. Quando il professore di lettere al liceo leggeva un simile attacco tirava una riga rossa su tutti e quattro i fogli di protocollo e in calce apponeva la sigla nddl: non degno di lettura. Non erano solo i riferimenti alla meteorologia a suscitare stroncature, ma anche i luoghi comuni e le frasi fatte. Alla folla non era concesso di straboccare, né ai paesi di essere ridenti. Il campo di grano presentato come lago dorato provocava una sottolineatura che talvolta bucava la carta. La prosa doveva essere essenziale e lontana dalla retorica. L'implacabile insegnante non dava voti. In compenso i commenti erano micidiali. Ricordo il più basso della scala: "Questo é l'italiano parlato nel Turkmenistan”. A ogni buon conto il sole era davvero splendente e non saprei come descrivere in altro modo quel giorno d’estate. Tornavo da Parigi in stato confusionale. Con alcuni compagni di università avevamo discusso a lungo sulla protesta studentesca. Guardando i filmati in televisione e leggendo i giornali francesi, ci eravamo convinti che stesse accadendo qualcosa di importante e pertanto avevamo deciso di partire.
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Le lumache non bevono vino
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Questo libro non sarebbe mai uscito senza l’intervento della Cassazione. Difatti il ritrovamento di un quaderno sepolto nel parco di una casa di cura per malattie mentali, ha scatenato una complicata vicenda giudiziaria. Gli attuali gestori della clinica, un tempo chiamata Villa Fiorita, si erano dichiarati contrari a ogni forma di divulgazione. Di diverso avviso gli eredi del malato, che invece ritenevano ben chiare le intenzioni del loro avo. Una prima sentenza del tribunale aveva autorizzato la pubblicazione, ma a pochi giorni dalla stampa si sono opposti i discendenti delle persone citate nel testo. La questione ha raggiunto vari gradi di giudizio e non avrebbe trovato sbocchi se non fosse intervenuto un lontano erede di Rino Cuccillo, alias mago Asmodeo. Nel testamento figuravano precise disposizioni, oltre a un cospicuo finanziamento, per trasformare il quaderno in libro. La Cassazione ha posto fine alle dispute stabilendo che l’autore fornisce “una libera testimonianza del mondo che ha conosciuto, ancor più significativa se consideriamo trattarsi di un povero demente. Pertanto nulla osta che possa avere pubblica diffusione. E se poi trovasi uno stanziamento atto alla trasformazione in libro, ebbene non ci riguarda né poco, né punto”. Risolti i problemi legali, si è dunque provveduto a stampare il testo integrale. Un’ultima nota. La copertina avrebbe dovuto essere patinata in oro e l’edizione lussuosa, come indicato dal finanziatore. Tuttavia l’ultimo erede aveva investito il lascito in titoli azionari di aziende operanti nell’alta tecnologia e ha corso il rischio di perdere l’intero capitale. Pertanto è già un miracolo che il libro abbia visto la luce.
COME INIZIA IL LIBRO
Sono uscito di testa il sei settembre del mille e novecento novantanove. Lo ricordo bene perché era il giorno del mio trentesimo compleanno. La mia data di nascita ha sempre provocato ilarità. Quando dovevo dichiararla, i presenti sorridevano ammiccanti per via del volgare riferimento ad una posizione del Kamasutra, per altro nemmeno troppo originale. Ve ne sono di più interessanti e acrobatiche, ma la gente si accontenta di poco per sghignazzare. E così mi son portato dietro quella data ( sei, nove, sessantanove) come se fosse una colpa o un difetto fisico. A dir la verità dovrei ammettere che non sono mai stato del tutto normale e che già da bambino avevo comportamenti inusuali. Probabilmente fu l’approssimarsi del nuovo millennio a provocare la crisi irreversibile. In effetti avevo sopportato a fatica la parte finale dell’ultimo secolo e non sarei stato in grado di proseguire oltre. La sera dell’esplosione di follia stavo aspettando Samantha Deborah per cena. Quando è nata la mia ragazza, andavano di moda i nomi finto esotici. I genitori non si misero d’accordo e al battesimo scoppiò un putiferio, risolto dal parroco che suggerì l’abbinamento. Se i bambini si rendessero conto delle angherie degli adulti, scatenerebbero la più sanguinosa delle rivoluzioni. Ricordo che avevo anche preparato la torta con le candeline e, visto che Samantha Deborah tardava, avevo acceso il televisore per ascoltare il telegiornale. All’improvviso ho aperto la finestra e ho urlato: “ Adesso basta! Lo farete senza di me”. Poi, con la lucidità che solo noi pazzi possediamo, sono entrato in azione. Dapprima ho lanciato in strada una pila di piatti. La gente ha cominciato a guardare in alto e a girare al largo dalla zona coperta dai cocci. Quindi ho raccolto i telecomandi e, come se sfilassi margherite da un mazzo, li ho liberati nell’aria uno alla volta, seguendone il volo sino all’impatto col suolo. Nel compiere il gesto mi sono reso conto che ruotare lo sciacquone del gabinetto era l’unica azione manuale rimasta. Il resto era tutto teleguidato: videoregistratore, antenna satellitare, condizionatore, radio, forno a microonde, tapparelle, cancello di ingresso, televisione. A quel punto anche gli apparecchi hanno preso slancio e sono finiti per strada. Provavo un piacere fisico nell’aprire le mani ed ascoltare lo schianto sul selciato.
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