NON BISOGNA ESSERE POLITOLOGHI...

Leggo chiacchiere a valanga sull' ipotetico partito unico della destra. Ovvio che non accadrà nulla, ma il Cavaliere abilmente è riuscito a interrompere il dibattito sul nuovo precario governo. Qualche "tuttologo" si è sforzato di capire perché abbia fretta di sciogliere la sua creatura, il suo partito personale.

Non credo che si debba essere eccelsi politologhi per capirlo. Semplicemente ha perso la sua funzione. Per dieci anni è stata una finzione scenica, come le nuvole e cieli azzurri delle convention. Un partito che si chiamava come un grido da stadio e che non ha mai fatto un congresso. Nelle riunioni mai un dibattito, una discussione, un confronto di idee. Solo osanna al Capo che parlava per tre/ quattro ore. Da far invidia a Fidel Castro. Niente struttura, nessuna alternativa al Boss. Intorno non dirigenti e classe politica, ma solo servi e cortigiani. Il cavaliere sa bene che nessuno dei suoi uomini potrà mai essere la guida del partito di famiglia.

Sul perché la gente si sia lasciata abbagliare per due lustri si scriveranno libri, tesi di laurea, dottissimi saggi. Ma sin d' ora si può fare una riflessione. L' uomo di Arcore da imprenditore televisivo era già un formidabile "opinion maker". Le sue Tv hanno plasmato un' intera generazione con modelli di vita virtuale attraverso sceneggiati, varietà, soap opera, fiction. In sostanza bisognava essere sempre giovani, belli, ricchi e incolti. Apparire anziché essere, la civiltà dell' immagine, il look come valore aggiunto. Guai a non essere piacenti ( ricordate trasmissioni come Il brutto Anatroccolo e l' orrido Bisturi? ).

Quando il patron televisivo è "sceso in campo" la parte più debole del pubblico televisivo è caduto senza nemmeno accorgersi da Mediaset a Forza Italia. Dove vigeva lo stesso codice di comportamento dei personaggi televisivi: ottimismo, riuscita, carriera, guadagni, vita facile, pressappochismo, fatuità.

Ci sono voluti dieci anni e un passaggio di generazione per vedere affiorare un rifiuto di quei modelli. Dobbiamo solo sperare che prenda corpo e si consolidi, ma le premesse ci sono. E Berlusconi, che è tutt' altro che sciocco, lo ha capito per primo. E cerca una via d' uscita.
 


POESIA

 Torno a Hikmet e alla sua Lettera al figlio Mehmet. Un figlio amatissimo che il poeta a causa del carcere e dell' esilio vide poco. Convinto di non uscire vivo dalla prigione scrisse questa struggente poesia, della quale riporto solo una parte.
Ho anche allegato un file. Contiene un' altra lettera; quella di una partigiana alla figlia Mimma scritta il giorno prima della fucilazione. Preparate i fazzoletti. Ebbene sì, oggi voglio farvi piangere.
Primo perché le lacrime servono a far belli gli occhi ( lo diceva mia nonna). E poi perché ogni tanto il pianto fa bene; libera l'anima.

Da una parte gli aguzzini tra noi
ci separano come un muro.
dall' altra parte il cuore sciagurato
mi ha fatto un brutto scherzo.
Mio piccolo Mehmet
forse il destino mi impedirà di rivederti.

Non ho paura di morire figlio mio.
Però malgrado tutto a volte trasalisco di colpo,
oppure nella solitudine del dormiveglia
contare i giorni è difficile.
Non ci si può saziare del mondo, Mehmet,
non ci si può saziare.

Non vivere su questa terra come un inquilino,
vivi nel mondo come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano, al mare, alla terra,
ma soprattutto all' uomo.
Senti la tristezza del ramo che si secca,
dell' animale infermo,
del pianeta che si spegne,
ma innanzitutto la sofferenza dell' uomo.

Mehmet, piccolo mio,
ti affido ai compagni turchi;
me ne vado ma sono calmo.
La vita che si disperde in me
si ritroverà in te per lungo tempo
e nel mio popolo per sempre.
 

( N. H)