NEI CUBI DI CEMENTO

L' altra sera leggevo un libro, un bel libro di cui vi parlerò. Ma ero distratto da una notizia apparsa sui quotidiani. Tre donne a Milano, in quartieri diversi, morte per il freddo. Trovate nelle loro case, sole. Morte per il gelo, ma forse anche per l' abbandono, la solitudine, il disamore per la vita. E allora pensavo a quale fulgido risultato sia giunta la nostra società, a dove ci ha portato questa corsa affannosa verso un diffuso, ma sospetto e superficiale benessere materiale.

Un' amica di V:F ( Silvia Bardusco) a chiusura del suo commento al mio libro ha scritto: il cortile che hai narrato era fratellanza e unità; un luogo che dava sicurezza. Fuori dal cortile ci si è persi per il mondo. Già. E si è diventati sconosciuti, gli uni agli altri, nello stesso edificio, sullo stesso ballataio.

Persone sole che consumano brandelli di vita in un cubo di cemento. E che ne approfittano del freddo per dire " basta così grazie, vi lascio, non ne posso più".
Io credo che la tecnologia e il progresso abbiano migliorato le condizioni di vita dell' umanità; credo anche al determinismo della scienza e quindi a un ineludibile percorso in avanti. Però ci doveva essere un altro modo, una via che non abbiamo percorso, che non abbiamo cercato. Un cammino che mantenesse la centralità dell' essere umano, anziché degradarlo a ruolo di utensile da lavoro e da consumi. Forse è tardi, forse no. Ma le generazioni passano e per ora vedo solo stupide, irresponsabili e autolesionistiche spinte verso "lo sviluppo".
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Fedele Confalonieri ( boss di Fininvest) in un' intervista ha dichiarato "non vedo in giro tutta questa povertà". In effetti dall' attico di Milano due il panorama è idilliaco ma ristretto. Mi offro a fargli da guida in un paio di periferie dell' interland. Non di Dar Es Salam. Ma qui a Milano, Roma, Napoli.


POESIA

Riparto e di nuovo salterà la mail del venerdì. Rimetterò piede in Sicilia e guarda caso mi è arrivata in casella questa lirica di Quasimodo. Come faccio a non fare copia/incolla? Ciao mattocchi di V.F.

Isola.
Io non ho che te,
cuore della mia razza.
Di te d’amore m’attrista,
mia terra, se oscuri
profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
cammina con rose
il torrente
che quasi n’è tocca la foce.
Ma se torno a tue rive
e dolce
voce al canto
chiama da strada timorosa,
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose

.
(S. Quasimodo)


 

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